Lettera ai sardi

La Sardegna per chi un tempo la abitava era Dea Madre.

Certo dura e isolata, abitata da gente cocciuta ma sempre ospitale, un posto dove di fame non è mai morto nessuno. Se non era la terra a sfamarti, un boccone di pane lo trovavi dal vicino di casa.

Se sei nato nell’isola la Sardegna te la porti per sempre nel cuore, è amore che si fa anima e orgoglio. Ed anche tra chi sardo non è, sono in tanti ad averla eletta come patria adottiva, stregati da un amore che è fatto di ammirazione e rispetto per una terra davvero unica al mondo.

Amare la Sardegna non vuol dire non vedere i suoi drammi, o negare che a svenderla e sfruttarla sono per primi troppi suoi figli. Ci sono tanti modi di essere sardi, di sentirsi parte di una terra che come una madre trova sempre un modo per dare un qualcosa ai suoi figli. Magari anche solo la forza e il coraggio di allontanarsi dal suo abbraccio, per partire alla ricerca di un qualche futuro che uno scellerato presente ti nega nella terra natia.

Dopo tanti anni, oggi i sardi riprendono ad emigrare. La notizia è sulla prima pagina dei giornali dell’isola in un fine estate, quello del 2011, per molti versi drammatico. La gran parte delle industrie chiudono, l’agricoltura è in ginocchio, la pastorizia al collasso e il turismo registra la sua stagione più nera. Un sardo su cinque, e nel conto sono compresi anche i bambini, è disoccupato, in cassa integrazione o vede il suo posto di lavoro a rischio nell’immediato futuro. Ad emigrare, oggi come in passato, soprattutto i giovani a cui non si riesce ad offrire una qualche dignitosa opportunità, giovani che emigrano alla ricerca di un lavoro qualsiasi ma anche semplicemente per studiare perché, in questo fine estete da incubo, le università sarde registrano un 25% in meno di iscrizioni.

Una estate drammatica quella del 2011 in cui le troppe contraddizioni di uno sviluppo da sempre appaltato a potentati di varia natura e di ogni colore politico, sono arrivate a un punto di non ritorno snaturando valori e potenzialità di una terra che ha nella sua bellezza, un tempo incontaminata, un qualcosa di unico che il mondo le ha sempre invidiato.

E così i sardi, attoniti e impotenti, stanno scoprendo che centinaia di chilometri della loro terra sono stati avvelenati forse per sempre da guerre simulate che generano morti veri, da industrie che per decenni hanno impestato aria, terra e mare senza che chi di dovere facesse nulla per fermali. Il ricatto è sempre stato lo stesso, portare nell’isola un presunto progresso che emancipasse un popolo e una terra che la storia, passata e recente, ha sempre relegato ai margini facendone terra di conquista politica, sociale e culturale.

I predoni di un tempo arrivavano in nave e spadroneggiavano su coste e pianure. I padroni di oggi sbarcano da aerei privati e decidono del futuro dei sardi dalle terrazze degli alberghi di lusso. Hanno iniziato con le miniere, poi sono arrivati i poligoni e le industrie.

Quello che è rimasto è sotto gli occhi di tutti. Una manciata di malsane buste paga, angoli di paradiso impestati da un inferno di veleni militari e industriali, un cancro che si fa emergenza ambientale e sanitaria. La risposta che si vuol dare è svendere coste e montagne, affiancando cemento ad armi e veleni e fare dei sardi un popolo di operai, camerieri e giardinieri. E chi non ci sta, chi vuole studiare o avere un futuro diverso, può tornare di nuovo ad emigrare.

Carlo Porcedda è cagliaritano, ed tornato nell’isola dopo vent’anni passati tra Milano e altre parti del mondo.
Maddalena Brunetti è pugliese e da tre anni ha scelto Cagliari per lavorare e metter su famiglia.

Sono due giornalisti che per VerdeNero hanno viaggiato nella cronaca, nei documenti, nella storia dei libri e nelle storie delle persone per capire e raccontare il lato oscuro di un presente che minaccia, come mai prima d’ora, l’anima e i più profondi valori di una terra e di un popolo a loro modo unici nel Mediterraneo.

Lo sa il vento è un sofferto gesto d’amore per una terra troppo spesso depredata, sfruttata e maltrattata, ma anche un omaggio a chi non ha mai smesso di amarla e che, come può, continua difenderla da vecchi e nuovi predoni che hanno saccheggiato le sue risorse, violato le sue bellezze, avvelenato la sua purezza. Lo sa il vento è un modo di dar voce a cose, fatti e persone che in troppi, anche nell’isola, vorrebbero muti e dimenticati per non disturbare vecchi e nuovi padroni.

Un libro a cui Paolo Fresu, musicista di fama internazionale, ha dedicato una prefazione in cui il suo personale stile musicale si traduce in parole che, seppur con sofferto realismo, si aprono alla speranza di futuro migliore, un futuro possibile di cui ogni sardo può e deve essere, a suo modo, protagonista.

Una risposta a Lettera ai sardi

  1. carlo manis

    Bravi!!! dovè l’orgoglio del popolo sardo?

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